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Commenti alla circolare n° 2 del Dirigente Scolastico
Gennaio 2009

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Commento alla circolare

Non posso negare che la lettura ha fatto scaturire una serie di pensieri, o piuttosto immagini legate a questi anni. Sono praticamente una "figlia della scuola dei progetti", ricordo le mie prime supplenze al XXV Aprile, l'essere letteralmente gettata in laboratori d'ogni tipo che sono stati tutto meno che la classe di qualcuno soltanto.
La mia scuola è una scuola in cui i problemi sono i problemi di tutti, i progetti sono i progetti di tutti, in cui c'è confronto nelle valutazioni, i bambini sono bambini di tutti, le classi sono sempre aperte all'accoglienza.
La mia scuola è la scuola della gran confusione delle "mani in pasta", in cui non si sa neanche più dove sono i propri alunni, perchè le classi sono tutte mescolate e non esiste più un alunno "mio" o "tuo".
La mia scuola è la scuola dei cartelloni condivisi per terra, dei jeans sporchi di tempera, dei banchi "a isola" per provare a fare apprendimento cooperativo.
La mia scuola è la scuola dei corsi sportivi e delle insegnanti che si accordano per accompagnare i bambini, delle insegnanti che li dividono a gruppi misti, per svilupparne le capacità relazionali. La mia scuola è la scuola delle gite di due giorni, che i bambini sognano fino allo sfinimento perchè dopo due mesi che si parla di Egizi in tutte le salse, lo vogliono proprio vedere questo benedetto museo di Torino e poi quando ci arrivano sgranano gli occhi che diventano grandi per lo stupore...
La mia scuola è la scuola della collaborazione, è la scuola in cui per ogni "se" o "ma" c'è confronto, è la scuola in cui la capogruppo lascia la sua chiavetta alla macchina del caffè per augurare a tutti un buon giorno e un sorriso, ma allo stesso tempo sa richiamare con fermezza, precisione e gran professionalità al compito di tutti.
La mia scuola è la scuola della condivisione, in cui a classi parallele si può discutere sul dove siamo arrivati, sul come stiamo lavorando, su dove vogliamo arrivare e come vogliamo arrivarci. Insieme.
La mia scuola è anche la scuola della fatica, dell'arrabbiatura, dello sconforto, dello scontro con i colleghi, col dirigente e con le famiglie; è un luogo di crescita, una sorpresa quotidiana, non una lista di obiettivi.
La mia scuola è la scuola del confronto, in cui spessissimo ho pensato quanto gli altri ne sappiano più di me, e quanto ho ancora da imparare.
La mia scuola è la scuola di colleghe che salutano con il sorriso, anche se hanno milioni di problemi. La mia scuola è comunità di pratica, è avere a fianco colleghi di grande competenza e professionalità, che si lasciano raggiungere anche nel privato ad una mia richiesta di aiuto; la mia scuola è un dirigente che pretende l'arteria anche se non si ha più neanche una goccia di sangue, ma alla fine ti ritrovi cresciuto e con milioni di competenze che non immaginavi di avere.
Io sono figlia di questa scuola. Non so cosa possa voler dire chiudere la porta e decidere di avere finalmente "una classe solo mia". All'università mi hanno insegnato che un insegnante di qualità deve avere competenze comunicative, didattiche, organizzative, relazionali...relazionali, soprattutto, deve sapersi confrontare con i colleghi nell'ottica dello sviluppo dei progetti, sa lavorare in equipe, per formare con i colleghi un "team di professionisti della mente"...il tutto supportato da tanto di teorie psicologiche, didattiche, pedagogiche... Non credo di dover relegare queste parole ai voti registrati a penna nel libretto universitario.
La mia scuola rimane "gruppo, benessere, condivisione, confronto, scontro, collaborazione"; non immagino che questa scuola.
Elisa

Commento alla circolare

Dove sei? Dove siamo? Questa domanda interroga tutta la nostra vita nella sua duplice dimensione, professionale e personale: non possono esserci risposte distaccate riguardanti la sola professione di docente tralasciando quello che siamo, come non ci possono essere risposte riguardanti solo la sfera personale tralasciando quello che facciamo; si correrebbe il rischio da una parte di dare più valenza alla sfera lavorativa, al fare, senza però l'originalità della nostra impronta ontologica; dall'altra succederebbe il contrario, cioè, troppo concentrati sulle proprie vicende personali ci si dimenticherebbe della realtà in cui siamo calati con la conseguente perdita del senso di quello che sta accadendo qui ed ora.
Perciò tenterò di esprimere le mie considerazioni considerando il terzo circolo una “persona”, come se tutti fossimo non la stessa cosa, ma una cosa sola.
L' immagine che ho del nostro momento è legata a quella del deserto. Deserto non come possibilità di morte, ma come punto da cui partire per una nuova terra senza sapere dove e fidandoci di quello che in questi anni siamo diventati, fidandoci e abbandonandoci a quella voce che ci dice ancora una volta, vai! Nel deserto non siamo sostenuti, non siamo garantiti da nessun supporto stabile; abbiamo la nostra storia però che ci permette di guardare con speranza e fiducia verso il domani e soprattutto al domani dei bambini. A tale proposito vorrei ricordare una visione di Lèvinas che meglio esprime quello che sto dicendo: l'esempio è quello di Abramo e Ulisse. Ulisse fa un percorso circolare: come la storia è ciclica, così il percorso, il tempo è ciclico perché Ulisse parte, compie una vicenda molto tormentata, molto dolorosa, piena di prove ecc. però alla fine ritorna a Itaca: questa è la vicenda omerica. Ritorna al punto di partenza, ritorna su se stesso, ritorna al proprio modo di vedere le cose.
Invece nella vicenda di Abramo anche lo spazio, così come il tempo, è lineare. Ad Abramo viene detto: "va, parti". Ma partire per dove? nessuno ti dice dove devi andare, non c'è nessun luogo al quale tu debba tornare o al quale tu debba approdare, tu semplicemente vai, e in questo senso è un viaggio che ci fa uscire da noi stessi per andare verso a quel mistero che sono gli altri, le persone, i bambini...
C'è un famoso racconto ebraico: due ebrei si incontrano e uno chiede all'altro: "Dove vai?". L'altro risponde: "Eh! vado lontano... lontano". E l'altro: "Ma lontano da dove?". Il problema è questo: non c'è un dove. In questo senso Abramo va, ma non ha nessuna garanzia del senso della direzione e del dove dovrà giungere.
L'altro verso il quale stiamo andando sia esso cosa, persona, Dio...rimarrà sempre lontano dalle nostre categorie omnicomprensive. I bambini ad esempio, in quanto altro da noi, sapranno sempre stupire e stimolare la nostra presunta certezza di conoscere le cose.
Durante questo cammino compaiono segni, segni che nonostante la loro evidenza facciamo fatica a vedere. Forse troppo indaffarati dai vari ruoli, incapaci di fermarci ci sfuggono. Ci scivolano addosso senza traccia ma lasciando comunque invisibili impronte che poi tentiamo di definire a posteriori. Oppure li vediamo ma facciamo fatica ad interpretarli perchè siamo forse soli? Per leggere i segni sembra ormai essere arrivato il momento di scendere dai nostri piedistalli e trovare un vero maestro, dove per maestro intendo colui che è davvero capace di entrare in contatto, di manifestare in modo esplosivo, di sbalordire, scuotere e allo stesso tempo, facendo tutto questo, stare attento a non provocare solo per il gusto di “giocare” e vedere come una persona reagisca, poichè se si leggono i segni da soli o con un maestro che stimola in modo errato, si potrebbe correre il rischio di rimanere atterriti e scoraggiati dinanzi alle difficoltà.
Quando sono arrivato tra di voi la cosa che mi ha sorpreso di più è stata proprio la collaborazione, il lavorare insieme, progettare iniziative che avevano come centro il “benessere” e il “bellessere” del bambino. Forse a volte presi dall'entusiasmo, proponiamo ai bambini anche troppe cose che, per quanto culturalmente belle siano, corrono il rischio di entrare velocemente dentro senza lasciare traccia o lasciando addirittura confusione. Ma tornando allo stile di lavoro con cui si portano avanti i progetti devo ammettere che è davvero un onore unirmi alle vostre voci, idee, sentimenti. Ho notato che ciò che contraddistingue le modalità di relazione all’interno dei plessi in cui lavoro è che sono segnate da un clima per così dire ”familiare” dove si cerca di andare incontro alle esigenze di ognuno. Questa modalità la preferisco rispetto ad altre, consapevole che come tutte le cose, ha i suoi aspetti positivi e negativi. Positivi perché permette di mettere al centro prima la persona e poi il ruolo, consolida l’aspetto sensibile nel rispetto reciproco e dà la possibilità di esprimersi senza timore di essere giudicati. Negativi per il fatto che a volte potrebbe succedere di perdere di vista l’aspetto per così dire di “crescita professionale e personale”: quando si tiene molto ad un proprio collega si tende a proteggerlo perdendo di vista quella sana obiettività che lo aiuterebbe invece a farlo crescere e a migliorarsi.
Ho lavorato qua e là, in diverse fabbriche e cooperative sociali prima di approdare al terzo e qui ho trovato cosa significhi tentare e dare il massimo impegno per lavorare in gruppo. Penso che la strada da percorrere sia quella che già stiamo tracciando e che ha come fondamenta il nostro passato. Le nostre radici sono forti. In un tempo caratterizzato dall'incapacità di dialogare tra di noi e con le altre culture diverse da sé e di accettare la diversità, emerge la necessità del mettersi in gioco, in dubbio, pensare che quello che pensiamo potrebbe anche essere sbagliato, in una parola: umiltà.
La strada resta quella dell'alterità: se colui che incontriamo è altro da me, l'unico sentiero sta nel permettere all'altro di visitarmi e la condizione di questa visitazione è l'ascolto, poiché l'incontro con l'altro, che avviene attraverso il volto, infrange le categorie del nostro io e mette in crisi il nostro potere di volerlo afferrare e anche di comprenderlo. L'altro entra come un maestro e al maestro si deve ascolto e ascolto prima di indicare obbedienza, indica capacità di accoglienza e l'accoglienza è possibile quando si emigra dalle proprie idee e dalle proprie esperienze con una disponibilità tale alla recezione di altre prospettive. Dando primato e ascolto all'altro, il nostro io si riorienta e trova un significato ultimo che rende sensata la nostra esistenza nella ricerca della verità.
Sempre di più durante le nostre discussioni, scontri, confronti, incontri durante le riunioni, i collegi, le classi parallele...ma soprattutto in classe con gli alunni deve instaurarsi quel continuo e costante allenamento di abbandonare il terreno del proprio io, che è terreno di una libertà padrona, per addentrarsi nel terreno dell'altro che è terreno della responsabilità. Questo spostamento non vuole porsi contro la libertà dell'uomo, ma vuole semplicemente dire che “la libertà non è un punto di partenza, ma un progetto da far germogliare”.
Lavorare insieme a voi mi sta permettendo di comprendere che insegnare prima che un lavoro è una vocazione e che questa vocazione è di riconoscere che trasmettere cultura non è un'autoaffermazione della propria libertà e su questo bisogna richiamare l'attenzione della gioventù che contribuiamo a crescere, insistendo sul fatto che un essere può uscire dalla propria autoaffermazione per occuparsi prima di tutto dell'altro essere umano.
Pensando alle parole “gerarchia, tecnologia, consenso” come le tre caratteristiche fondamentali del nostro agire mi è venuto spontaneo pensare ad una frase detta non ricordo più da chi, forse un padre missionario, che diceva che nella vita bastano tre cose: “del pane, del buon vino e un grande amore”. Associo l'immagine del pane ad un padre che da cibo ai propri figli; il buon vino, simbolo dell'allegria e del calore, lo strumento per realizzare cose vere ed infine un “grande amore”, condividere, comunicare, farsi carico dell'altro.
Ricordo anch'io la cena delle funzioni strumentali quella sera a casa di Patrizia e vorrei raccontarvi, senza fare indebiti paragoni, la battuta che mi era uscita durante la discussione. Eravamo tutti seduti a tavola intorno al direttore e ad un certo punto ho detto: “mamma mia, sembriamo gli apostoli intorno a Gesù per l'ultima cena e indovinate chi era seduto vicino al direttore? Proprio il sottoscritto e tutti...Giuda! Che risate.....
Paragonare il dd a Gesù potrebbe sembrare eccessivo se non blasfemo? Provate a cambiare la prospettiva e pensare: Quante volte è stato crocifisso il terzo circolo in tutti questi anni? Per la novità, l'essere avanti rispetto all'idea corrente, quante volte magari siamo stati derisi e banalizzati solo perchè portavamo dentro di noi quell'immaterialità, quello spazio trascendente?
Prima di concludere volevo dirvi una cosa simpaticamente curiosa, almeno lo è per me. E' da un po' di anni che vado da Padre Ireneo (frate francescano che vive all’eremo di San Pietro a Mason) alla cena eucaristica e proprio uno dei suoi ultimi discorsi parlava di come nella vita non riusciamo a prendere posizione e restiamo sempre nella mezza scelta e intanto la vita ci passo accanto senza esserne protagonisti...E dopo qualche giorno leggo la circolare del dd e trovo scritto che bisogna trovare la forza di narrare a se stessi la propria vita con l'obiettivo minimo di assaporarla, come massimo di cambiarla, giusto per non arrivare alla fine e dire: l'ho trascorsa ma non l'ho mai pensata....
Trovo affascinante che due persone così profondamente diverse siano connesse così intimamente nel pensiero “di questa piccola, sciocca e incantevole vita”.
Salutandovi mi rendo conto che spesso tutte le parole che si dicono possono apparire come idealistiche e poco attuabili nella realtà. Riguardo a questo penso che i buoni propositi, i grandi ideali, la sola fede, non bastino. Per il vero passaggio da una leadership del comando ad una membership della partecipazione, occorre partire dalla inesorabile, trasparente e inequivocabile contraddittorietà umana che ci portiamo dietro da sempre e che non porta con sé un carattere di negatività, ma penso di una naturale fragilità che se accolta può diventare la nostra forza. Tradotto: non prendiamoci troppo sul serio....
Vi lascio con la risposta di Lèvinas a una domanda fattagli in una intervista:

SECONDO LEI, GLI UOMINI CHE HANNO UNA RESPONSABILITA' PUBBLICA, CHE HANNO IL POTERE DI DECIDERE ANCHE PER GLI ALTRI UOMINI, HANNO LA STESSA RESPONSABILITA' DI QUELLI CHE POSSONO DECIDERE SOLO PER SE STESSI?

“E' risaputo che talvolta la responsabilità pubblica è schiacciante e precisamente quando la politica, anche nel senso buono del termine, forza la responsabilità, perchè costringe a prendere decisioni, che forse sono giuste, ma in cui l'unicità di colui di cui si è responsabili non è rispettata. La responsabilità di cui parlo è assai più paradossale. Il punto su cui insisto è che quando si è responsabili, si risponde sempre di un altro uomo. Noi certo possiamo ignorarlo, ma in realtà siamo responsabili anche di ciò che è successo poco fa a colui che è passato vicino a noi. Questa è la responsabilità. Noi siamo responsabili come se fossimo colpevoli di fronte a tutti gli altri. Cito, a questo proposito ancora una volta, il “versetto”(...), la frase di Dostojevskij: “Siamo tutti colpevoli, non responsabili, colpevoli, di tutto verso tutti ed io più di tutti gli altri”. Questo “io più che tutti gli altri” è la famosa non reciprocità delle coscienze. Non arrivo mai a sottrarmi pienamente a questa posizione di “io più responsabile di tutti”.
Emanuele

Commento alla circolare

Ho riflettuto a lungo sulla mia idea di scuola e la lettura della circolare mi ha riportata a Socrate, al suo modello pedagogico.
Egli riteneva che il vero maestro non è colui che si limita ad inculcare delle idee al suo discepolo, ma colui che fa emergere ("partorire") la verità che l'alunno può trovare dentro di sè (perdonate la mia rozza e approssimativa semplificazione).
Tutto questo può avvenire tramite il dialogo (l'importanza della relazione...). Il maestro guida il discepolo alla scoperta di verità e bellezza.
Quest'idea di relazione tra maestro e allievo assomiglia ad una cooperazione (tra pari?)ad un modello che ci assomiglia. Senza l'apporto degli altri l'individuo non è in grado di migliorare se stesso, di progredire sulla via della ricerca interiore.
Per Socrate è essenziale la continua ricerca dialettica, il confronto.
Concludo con una citazione, a mio avviso molto significativa, di Bertrand Russell, logico e matematico gallese ma anche divulgatore di filosofia e autorevole esponente del movimento pacifista. "L'educazione dovrebbe inculcare l'dea che l'umanità è una sola famiglia con interessi comuni...che di conseguenza la collaborazione è più importante della competizione".
"Il problema dell'umanità è che i folli e i fanatici sono estremamente sicuri di se stessi, mentre le persone più sagge sono piene di dubbi".
Sonia

Commento alla circolare

Apprezzo molto la tua circolare.. In essa ritrovo un'analisi attenta ed accorta dell'attuale momento che stiamo vivendo.. e al tempo stesso ... nonostante le ulteriori fatiche e sacrifici che ci verranno richiesti.. sento un grande desiderio di continuare sulla strada dell'innovazione, della sperimentazione. che da anni accompagna il nostro cammino scolastico.
Arenarsi e non "proseguire" sarebbe veramente triste poichè significherebbe "impoverire" le nostre scuole, privarle della loro vera identità, delle tante esperienze e progetti da cui sono state arricchite nel corso degli anni.
Per me la scuola deve essere "viva", vivace; da sempre la ritengo l'"Agenzia " educativa per eccellenza.. in cui la persona viene " preparata alla vita e per la vita.
La scuola "magistra vitae" deve essere costellata di valori etici, umani, sociali.
Spetta a noi insegnanti, per primi, trasmettere e far "vivere" ai nostri alunni l'importanza del gruppo, dello stare insieme, della condivisione, della mediazione, della negoziazione, del "dare" e del "ricevere":Bisogna far comprendere quanto la ricchezza interiore sia molto più importante di quella materiale ed economica. Noi dobbiamo "educare" all'esperienza umana- ad una cultura fatta di più voci. Tutti contribuiamo alla crescita degli "altri".
L'essere che è in noi è una risorsa.. grande ..infinita.. inesauribile.
Uniamo le nostre forze, diamo agli altri il meglio di noi stessi; guardiamo al futuro con positività ed impariamo a donare con "l'intelligenza del cuore"!
Annamaria

Commento alla circolare

La lettura di questa cicolare mi rimanda ad un'esperienza particolarmente significativa che ha coinvolto il plesso nel quale ho la fortuna di insegnare.
Si tratta di uno spettacolo teatrale ricco di straordinarie metafore dal quale è poi scaturito tra gli alunni un vivace dibattito interculturale.
Un immaginario luogo di frontiera in cui avviene l'incontro-scontro tra due uomini appartenenti a differenti civiltà. Uno è un extracomunitario che ha lasciato la sua terra e la sua donna, alla ricerca del benessere, l'altro proviene dalla civiltà occidentale dalla quale intende allontanarsi perchè insoddisfatto e profondamente deluso.
Nonostante le evidenti diversità i due riescono a superare le pesanti barriere dell'incomunicabilità e a sconvolgere i precari equilibri di un sistema che ritiene di possedere tutte le risposte.
Spero la riforma non ci impedisca di vivere tutto questo.
Un’insegnante del Circolo

Commento alla circolare

Sono entrata nella scuola quando la maestra era unica.
Ma non sono vecchissima perché mi mancano ancora tante cose da fare!
Ho avuto una grande Maestra ad iniziarmi nella maniera giusta: la mia parallela.
Con lei programmavo.
Con lei uscivo nei campi della pianura in Inverno e in Primavera per fare scienze geografia storia arte (tutti i capitelli erano nostri).
Le nostre classi si mescolavano perché eravamo diverse e questo non poteva che essere un grande vantaggio per gli alunni: lei era una maestra piena di cultura ed io una entusiasta di nuove metodologie per un apprendimento più veloce, una sorta di didattica breve.. per avere tanto tempo poi di andar per campi a mettere in pratica.
Ha ragione il direttore quando dice che non si può tornare indietro.
Non si può tornare a chiudere la porta della propria classe e chi si è visto si è visto.
Non è questo un modello di “risparmio energetico”!
Oggi è necessario un ambiente autorevole per far fronte alle problematiche dei nostri alunni e non è quello della classe, è quello dell’intero plesso.
E’ richiesta quindi una grande forza di coesione da parte del gruppo insegnanti.
Non si sopravvive altrimenti.
E questo molte di noi lo vivono costantemente.
Diventa necessario al nostro benessere scegliere la via del gruppo.
Ho fiducia in questo perché risulta più una necessità che un ideale.
E come tale condivisibile da più persone.
Tuttavia questa capacità di adattamento che si può evincere da questo scritto e da altri non fa onore alle attuali scelte politiche, è solo il frutto dell’intelligenza umana quando sente se stessa messa in pericolo di vita.
Patrizia

Commento alla circolare

È bello trovarsi in un ambiente dove ci si sente forti anche quando le notizie che arrivano da fuori ci mettono di fronte a grandissimi punti di domanda.
Certo è comunque importante constatare e riconoscere che i cambiamenti ci sono e riguardano tutti noi.
Noi, con i bambini, i genitori e tutte le persone con cui condividiamo il nostro impegno quotidiano, siamo la scuola e, ora, ci stiamo chiedendo come sarà il nostro futuro, stiamo analizzando quello che abbiamo adesso, e ci rendiamo conto di quanto ci piace e di quanto vorremmo e potremmo fare per migliorarlo ancora. L’impressione che ho avuto respirando l’aria del terzo circolo è che ogni persona ha la possibilità, e il dovere, di usare il proprio talento, quale che sia, in un continuo scambio e arricchimento con i colleghi. L’energia che si percepisce ci assorbe in una spirale che ci coinvolge tutti, anche quelli che sono nella parte più esterna, e ci attrae verso il centro del vortice, dove c’è chi corre di più, con l'impegno e con la fatica di tutti giorni, ognuno pronto a cercare di dare il proprio contributo per fare salire la spirale verso l’idea di scuola che ci convince.
Penso che noi che abbiamo scelto e amiamo questo modo di fare scuola, che ogni giorno ci impegniamo per dare il meglio, non siamo disposti a rinunciare al nostro stile: piuttosto cercheremo di rimodellarci con fatica e con la grinta che ci viene dalla forza del gruppo, e anche di fronte a una riforma così destrutturante per il nostro tempo scuola possiamo solo pensare ad usare le nostre capacità e il nostro talento per affrontare la nuova realtà.
Nicoletta

Commento alla circolare

Caro Direttore,
in questo uggioso pomeriggio di domenica,mi lascio prendere dall’ozium e come sempre, in circostanze analoghe, i pensieri galoppano nella mia testa in maniera incessante.Ed ecco che mi viene in mente Lei e mi pare di vederLa mentre, in una giornata simile, fatta d’ incognite attese e di voglia di dare senso al tempo che passa, s’immerge nella formulazione di un lavoro che definisce “Circolare telematica n.2”.
E’ bello che abbia intrapreso questo “viaggio” tra analisi e riflessioni partendo da una citazione hasidica per confermare un principio dialogico sull’eterno dilemma: “Chi siamo,dove andiamo?” Mi viene da dire che nella continua incertezza delle risposte,vedo l’essere umano procedere ritagliandosi fette di verità che accomoda di volta in volta ai propri bisogni,nel bene e nel male. In tal modo anche le ragioni della soggettività e quelle dell’oggettività possono confondersi,mescolarsi,essere svuotate di contenuto.
Ma la straordinarietà dell’incertezza può, come fuochi d’artificio,esplodere in colori abbaglianti e sorprendenti fasci di luce, sì che l’uno e/o il molteplice potranno sbalordirsi di fronte all’incanto della vita e aprire un solco nel suo vortice per disegnare meravigliose circostanze nel tempo e nello spazio senza fine.
La complementarietà tra “soggettivo” e “oggettivo” è,per me,la sostanza dell’armonia. Sono due paradigmi destinati a fondersi e non ad escludersi. Il lavoro diventa più complesso perché si agisce su due binari che spesso necessitano di essere intersecati con il minor rischio di danno. Si tratta di preservare l’essere dalla manipolazione dei tanti e preservare i tanti dal pensiero unico. Insomma,un esercizio di pensiero che spinge gli uni verso gli altri per rompere le barriere del pregiudizio, delle paure, dei bisogni effimeri dell’avere e dell’apparire,che indicano il punto rosso all’interno di ogni processo di crescita.
E’ bello veder scorrere tra le righe del Suo scritto le parole di Cicerone sull’amicizia per poi continuare con una interessante elencazione esplicativa sui concetti di trasparenza,immaterialità, sicurezza,benessere e relazione estetica. E’ un invito a fermarsi per rimettersi in circolo, un modo di comunicare.
Mettere in campo questioni come “essere” e “avere” oppure “ etica” ed “estetica” è una provocazione in termini speculativi che non può essere liquidata con un giro di risposte, pressappochiste perciò mi limito a dire che considero ciascuna delle questioni legate alla relatività e pertanto imprescindibili dai contesti in cui si sviluppano.
Apprezzo l’impegno dialettico profuso in queste belle pagine nelle quali dichiara di voler fare “ il punto”. Se dovessi dare un colore al Suo “punto” lo colorerei di azzurro come il cielo e il mare che non ci appartiene e pur ci avvolge, sembra che sia finito ed è appena cominciato ad essere.
Con affettuosa amicizia e stima.
Maria Lucia Rosafio

Commento alla circolare

Finalmente riesco a dare il mio commento alla Circolare del Direttore...Una circolare di sicuro ricca di stimoli e di punti di riflessione a partire dalla stessa introduzione e dalla domanda chiave...
Dove siamo?
Siamo sicuri che ci sia una risposta a questa domanda o che sia giusto avere una risposta certa in merito? Non so...ecco le mie riflessioni!!!
Sì siamo figli e vittime di una vita frenetica, che non lascia tempo di pensare, ma spesso neanche di assaporare certe gioie della vita... Abbiamo la fortuna, il pregio, l'onore di essere insegnanti, dovremmo essere orgogliosi di ciò e dovremmo renderci meglio conto dell'immensa responsabilità educativa, morale, emotiva che abbiamo nella crescita delle nostre creature: i nostri alunni. I nostri alunni, non sono solo i bambini della nostra classe...Ha ragione Elisa! Viviamo in una società così complessa, in una scuola così articolata che si fa fatica a pensare ad un maestro unico (che poi non è possibile che sia....non per niente ora viene chiamato insegnante referente affiancato da.....).
Viviamo in una scuola di progetti e di laboratori (forse a volte troppi), ma sono quelli che rendono speciale la scuola di oggi e il bello, a mio parere e a mia esperienza, è il lavoro a classi aperte. Adoro le scuole di piccole dimensioni, perché adoro conoscere tutti i bambini che le frequentano e adoro salutare tutti per nome come se tutti fossero miei alunni. Adoro i laboratori a classi miste, perché è bellissimo e di grande esperienza potersi confrontare con bambini di età diverse contemporaneamente ed è soprattutto molto bello ed arricchente per loro. L'ho fatto per diversi anni...l'ultima esperienza è stata con il teatro di Rondò!!! Queste esperienze penso diano un senso non solo alle cose, ma anche alla vita....frenetica di oggi, ma sarà ancora possibile tutto ciò???
Bisogna ammettere, anche, che la vita frenetica di noi insegnanti, genitori, figli, mogli o mariti...sta diventando veramente dura... Il problema è che a risentirne, oltre alle nostre famiglie, il ché non è giusto, è la didattica stessa... Vanno bene i progetti, ma continuare a progettare troppe cose, a trovarsi a qualsiasi ora del giorno dopo aver già fatto magari 7 ore di lezione o più.... penalizza tutto... E allora mi chiedo: ma dove siamo finiti? E per cosa?
Sono d'accordo che fermarsi e dar senso significa fermarsi e cercare di risolvere i problemi...Lo insegnamo ai nostri bambini, parliamo di problem solving e poi spesso tra di noi non troviamo la via d'uscita anche a questioni di una certa semplicità... Io sono giovanissima al Terzo Circolo, non spetta a me esprimere giudizi o prendere posizioni sul funzionamento del circolo, ma la Dirigente con cui lavoravo prima, donna alla quale devo molto, moltissimo per gran parte della mia formazione, diceva che spostare la risoluzione di un problema ad un altro momento perché non si trova l'accordo è solo una fuga in avanti... Per molte situazioni, penso che avesse ragione!
“Siamo granelli di sabbia pensanti” e allora pensiamo e parliamo con chiarezza ed onestà. Non tutti ce la facciamo in situazioni assembleari (io per prima!!!), ma almeno facciamolo nel piccolo e soprattutto manteniamo un po' di coerenza in ciò che pensiamo e diciamo...sarebbe già un gran passo. Il Direttore prosegue parlando di didattica fondata sui progetti...credo di essermi già espressa più sopra al riguardo...Confermo che la trovo una grande cosa, ma dobbiamo ridimensionarci...tanto per esprimersi con un luogo comune: troppa carne al fuoco finisce per bruciarsi!
L'organizzazione! Anche qui si parla di un'esperienza ventennale del Circolo....Non ho elementi ed esperienza sufficiente per replicare. Dico solo che un'organizzazione dev'essere a 360 gradi: insegnanti, genitori, alunni, Segreteria, Dirigente... Non sempre questi tasselli combaciano, non sempre ognuno di noi ha ben chiaro quali siano i suoi compiti, le sue responsabilità e non sempre c'è la preparazione adeguata in tutti i campi. Penso che ognuno di noi, all'interno della scuola debba agire da operaio della scuola, in modo pratico e semplice mettendo a disposizione di tutti la propria professionalità, cultura ed esperienza piccola o grande che sia e soprattutto ammettere quando qualcosa non si sa....Non aver paura di chiedere, confrontarsi e documentarsi...qualunque ruolo si ricopra!!!
Sono per la sincerità, la trasparenza, l'onestà... non solo nel lavoro, ma nella vita relazionale quotidiana..... Ecco quindi che il benessere, la voglia di gruppo e le relazioni estetiche verrebbero da sole... posizionando mattoncino su mattoncino ogni giorno su tutte le nostre relazioni.

Chi siamo allora? “Uno, nessuno, centomila”

Dove siamo? Non lo so.... ma forse la continua ricerca e la continua formazione ci aiutano a migliorarci...non tanto per sapere dove siamo, altrimenti avremo finito di lavorare, quanto per sapere da dove partiamo e dove vogliamo arrivare, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, senza pre-definirci la strada da percorrere, ma all'interno di una educazione permanente in continuo movimento e cambiamento sulla base degli stimoli che i nostri bambini quotidianamente ci danno...Essi ci dicono come modificare i nostri percorsi per raggiungere l'obiettivo che ci siamo prefissati a breve o a lungo termine...
Sono i bambini i primi a fare la Scuola!!!
Elena Melan

Commento alla circolare

Caro Aladino
e assieme a te care maestre di Bassano

La tua circolare mi ha commosso. Il tuo ottimismo della speranza, la ricerca di nuove alternative organizzative e didattiche partendo da se stessi (Dio: dove sei?) piuttosto che dagli altri, la tua fede sulla scuola come comunità che vive se interagisce è il vero antidoto alla deriva di un'epoca che vede incrinata la pedagogia democratica e della ricerca cooperativa. Pagine di pura pedagogia. Verrebbe da dire:bravi perchè non pensate alla Gelmini, ma pensate ai bambini.
E fatelo con questa dote di Aladino di andare per storie. La narrazione è un grande patrimonio della nostra tradizione pedagogica. Magnifica la storia dei bombardieri americani con più leadership. Nessuno di noi da solo serve a qualcosa. Noi esistiamo sempre in rapporto agli altri.
Sento nelle tue proposte molto più che una semplice difesa dagli eccessi di anti-autonomia verso cui la scuola elementare rischia di essere mandata. Sento la ricerca di senso del nostro lavoro. Che conta di più di tutto e ci fa andare avanti. Non per nostalgia ma per sogni.
Un bacio a tutti
Raffaele Iosa

Commento alla circolare

Non posso che condividere quello che scrivi:i tuoi pensieri, le tue
convinzioni,il tuo entusiasmo sono iniezioni di fiducia e di speranza per chi,come me,tende a "gettare la spugna"e a pensare che,se le cose stanno così,nulla ha senso.
E’ importante invece fermarsi,ritrovare quel senso,quel significato di ciò che si fa e da lì ripartire,ricominciare.
Mi piace l'idea di una scuola che accoglie la sfida del cambiamento senza timori e senza vincoli,di una scuola che "riflette su se stessa",fatta di persone che non sono spettatori passivi di"scene già viste"ma attori protagonisti che sanno pensare con la propria testa,agire in un clima di condivisione,costruire una cultura del benessere che libera energia positiva e apre le porte alla voglia di rinnovarsi,di inventarsi il futuro e di andare avanti sempre, nonostante tutto.
UN ABBRACCIO
Mariella

Commento alla circolare

Caro Aladino,
con colpevole ritardo cerco di trasmetterti le prime, estemporanee riflessioni stimolate dalla tua circolare, quasi un’enciclica, Forse è per il luogo alto dal quale proviene, per lo stato di quiete forzata, per i trascorsi vacanzieri di tanti Papi che, in quelle parti e ancor più nelle limitrofe, hanno profuso riflessioni e devono aver disperso nell’aria approcci ecumenici alle cose. Lo stato di cura, d’altronde, e non di acuta malattia ma, in qualche maniera, come “sosta forzata”, consente l’osservazione essenziale, e perciò più efficace, che si esercita a partire dai compagni di ricovero. E questo asciuga i discorsi, li rende essenziali, utilizzabili da chi li ascolta, trasferibili nel senso quotidiano del lavoro.
Ma questo è possibile ad uno come Aladino che con la sua “comunità scolastica” è lì a testimoniare che la costruzione di una Istituzione scolastica è assicurato solo dai “tempi lunghi”: in orizzontale, quelli degli allievi e della quotidianità; in verticale, quelli dell’identità e della storia di ogni istituzione. E’ in quest’ottica che torna il senso dell’affermazione che vado ripetendo: “è ora che la scuola si occupi dell’elogio della lentezza”.
Un altro pensiero che vedo praticato nel tuo scritto è uno dei capisaldi, a mio giudizio, del nostro “mestiere”: il dirigente, o manager che dir si voglia, come professionista della capacità di mettersi in discussione che, oltre ad essere la vera frontiera della modernità, è la strada attraverso la quale si riafferma ogni giorno il principio del dubbio su cui, se è vero che siamo post-Galileiani, si fonda la conoscenza.
La terza considerazione è che la psicologia, in qualche misura più propriamente la psicologia sociale, non è mestiere che si possa esercitare con una formazione da dilettanti. E’ naturale che mi venga in mente, a questo punto, che una frontiera avanzata dell’organizzazione scolastica - nella quale si possono valorizzare, anche economicamente, le diverse attitudini e Dna culturali - sarebbe il “team di direzione” che ha rappresentato uno dei miei desideri irrealizzati e, purtroppo, non ce la posso fare più.
Non vivremmo la stagione preoccupante e densa di nubi che stiamo attraversando se avessimo avuto il coraggio, o la capacità, sostenuta da un pensiero pedagogico forte, di occuparci in questa direzione seriamente di scuola. In quel “brodo di coltura” anche le reti avrebbero evitato il rischio di essere strutture formali e si sarebbero trasformate in reti di pensiero. Avrebbero esaltato il valore antico della contaminazione - tra “diversi” come persone e contesti geografici – come risorsa che contiene in sé il cambiamento come percorso e come approdo.
L’esperienza, credo positiva, dei seminari di Policoro ne è l’evidente prova. Il problema è andare avanti. Sai che sono convinto che questo può accadere più facilmente quando c’è il “caos”. Il problema è il tempismo con il quale lo si coglie. E’ più facile, forse, aprire la disponibilità all’ascolto e sfruttarne i vantaggi in una situazione che ha la complessa stratificazione del tuo circolo. E’ più difficile in contesti che si sono lasciati scivolare in un interessato torpore. Lì bisogna (ri)motivare ma forse c’è il vantaggio di ritrovarsi, per caso, in una sorta di stato verginale. Ma per tutti è necessario ridare un senso al “mestiere” di insegnare dopo aver convinto tutti, o il maggior numero di persone possibili, che conviene inseguire e convivere con una utopia.
Forse non tutto è perduto, anzi penso che in un momento nel quale tanti ostentano interesse per la scuola – ma è fin troppo semplice dimostrare che non è vero e, non raramente, mentono a se stessi – chi ha una storia che lo sostiene se ne può occupare seriamente perché il “manovratore” è occupato in altri pensieri.
Insomma, in ogni situazione difficile, drammatica o tragicamente comica c’è sempre una qualche uscita di sicurezza alimentata dall’autoironia e dall’ironia. Credo molto in questo. Non fosse stato così, immagina che mondo avremmo se quelli che impersonificavano la “perfezione” avessero davvero vinto su tutta la linea. Per nostra fortuna non è andata così e sono stati sepolti oscurantismi, dittature anche feroci, culture lombrosiane, fondamentalismi. Ma per partenogenesi, come le amebe, si riproducono sempre e bisogna insieme, avendo la pazienza di non perderla, attrezzarsi per fortificare il sistema immunitario.
Come sempre, purtroppo, i miei sono pensieri disordinati ma confido nella tua capacità di dare una sistemazione al disordine. Questa era l’idea del “team” e questo significano le reti di pensiero.
Spero che queste righe ti arrivino quando – restaurato e reso più bello dal rimodellamento ponderale – stai per tornare al 3° circolo di Bassano dove, immagino, sia stata già messa sotto contratto la migliore banda della zona. Se dovesse servire, ce n’è una eccellente qui vicino, a Montescaglioso, o comunque potrei mandarti quella della mia scuola.
Sembra che stia crescendo la speranza che si possa continuare il lavoro di Policoro.
Un abbraccio
Pancrazio

Commento alla circolare

Commento "a caldo" n. 1
Ah caro Aladino,
è sempre un piacere leggere quanto pensi e scrivi. Le tue riflessioni sono da raccogliere e meditare senza cassettizzare. Complimenti per l'elaborazione e la sintesi di tante idee praticate in tanti anni di scuola... Poi...una soddisfazione tutta mia...tu non lo sai, ma senza tanto accorgertene hai mutato opinione sulla "storia" e su quel tuo (per me) incredibile rifiuto di trovare senso nel visitare luoghi storici. Qui, a fronte del tuo palesato disinteresse per la storia dei "sassi e delle pietre" (e degli uomini), ci parli di "narrazioni" a se stessi, di "L'ho trascorsa e non l'ho mai pensata", ma...ma...questa è una conversione sulla via di Damasco...questo è il vero senso della storia.
Marc Bloch diceva a proposito della storia e del suo senso"E’ da gran tempo che i nostri "maggiori" ce l’han detto: l’oggetto della storia è, per natura, l’uomo. O, più esattamente, gli uomini. Il bravo storico somiglia all’orco della fiaba. Egli sa che là dove fiuta carne umana, là è la sua preda." Ok, va bene i "sassi e le pietre e le battaglie e la storia del paesaggio o quella dei conflitti..." non ti parleranno come il tuo passato o quello del tuo istituto e dei tuoi docenti...ma senza storia...o senza storiografia non esistiamo...siamo persi e smarriti nel tempo e nello spazio...non esistiamo. Bisogna, come dici tu "Potersi fermare, trovare la forza di narrare a se stessi la propria vita con l'obiettivo minimo di assaporarla e come massimo di cambiarla".
Qui hai toccato anche la dimensione estetica della storia...si può godere anche solo per il gusto di conoscere (è in psicopedagogia la soddisfazione dei bisogni esplorativi dell'uomo). Possiamo assaporare il come abbiamo trascorso il tempo attraverso un'opera di rivisitazione e rispecchiamento e il nostro io, vedendo di aver fatto qualcosa che giudichiamo buono (rispetto al ns sistema valoriale), vive il proprio senso di autoefficacia (Bandura) e produce quelle sostanze chimiche che ci regalano piacere (benessere). Quando poi affermi che la riflessione (riflettere, guardarsi allo specchio, indugiare su sè, sulla propria immagine o storia di vita) potrebbe servire come massimo per cambiare la vita...allora richiami l'homo faber o politicus, cioè l'uomo che trae dalla sua storia (o dalla storia di altri uomini e delle pietre) gli insegnamenti per cambiare il mondo non incorrendo, si spera, negli errori del passato. Qui siamo a Cicerone con la "storia magistra vitae".
Insomma cara amico, questa tua circolare per me è una conversione. Direi di più...sei sempre stato un appassionato della vera storia e...non lo sapevi. "Eravamo felici e non lo sapevamo" diceva Woody Allen. Caro Aladino, la storia è l'uomo e l'uomo non può non appassioanrsi a se stesso credo.
Il problema principale è se rimane innamorato della contemplazione del passato (dimensione dell'assaporare") o se usa la conoscenza\riflessione storica per agire nel presente e cambiare se stesso e il mondo. Tu queste parole prendile come sono, così come uno stimolo che mi hai offerto per seguire le mie passioni e i miei interessi dilanianti...hai scritto tante altre cose "catalizzanti" che si potrebbero commentare. Grazie di avermi messo in moto, stamattina...oltre l'organico e la perdita delle compresenze e delle mense...mi hai un po' obamizzato.
Ciao Ugo Silvello

Commento alla circolare

Commento n. 2
Qualche altra briciola di riflessione sulla tua circolare che, ripeto, ha tante angolature e suggestioni.
La leadership...la tua è tua e forse irripetibile. Caro amico tu la vuoi collettiva questa leadership, ma quando un leader o capo di istituto ha chiesto ai suoi collaboratori una vena...loro dicono di rallentare e lui (tu) rilanci con l'arteria...e loro ti seguono...eh qui siamo nella dimensione carismatica.
Il "terzo circolo" non è più una scuola, un istituto, un punto di erogazione formativa tra gli oltre 40 mila in Italia! Il terzo circolo diviene un'entità valoriale, un qualcosa per cui sacrificarsi in nome del suo essere per se stesso così come si è sedimentato nel tempo.
Mi viene in mente la richiesta che i Cesari di Roma facevano ai soldati, ai capi delle legioni sparsi per il vasto impero...perchè sacrificare anni della propria vita a servire nell'esercito? Per quale motivo? E...il capo carismatico, il Giulio Cesare rispondeva sicuro:"Per Roma!"
E l'altro chiedeva:"Ma chi è Roma?!"
Risposta:" Un'idea..Roma è un'idea!
Naturalmente in quell'idea c'era tanta storia, tanta gloria, la possibilità immateriale di divenire immortali sacrificandosi per essa come altri avevano fatto prima.
E come "Roma" altre idee nella storia erano immateriali e per esse la gente si è infinitamente sacrificata e spesa...l'onore, la famiglia, la patria, la repubblica, il socialismo, l'uguaglianza sociale, il proletariato...il terzo circolo?!
Tu stai facendo un'operazione simile, rapportata in scala. Stai rendendo immateriale il terzo circolo, lo trasformi in un'idea da amare e per cui spendersi...se ti va bene forse riuscirai col tempo a creare un inno (l'hai già fatto?), una bandiera del terzo circolo (ce l'hai già?), una preghiera al Terzo Circolo(già deliberata anche questa?), un altare, un capitello, una coccarda, un distintivo, un santino, dell'acqua taumaturgica tratta dalle tubature del terzo circolo.
Amico caro...vedere per credere. Io ti guardo e mi dico, solo lui può farlo! E già ho avuto il dubbio se scrivere "lui" con lettera maiuscola "Lui".
Naturalmente pagherai qualche prezzo perchè se il terzo circolo è il terzo circolo, "The best and the first" ...non ci possono essere altri primi...gli altri saran secondi, terzi, ultimi e saran meno contenti di sacrificarsi per fare brillare il "Terzo".
Gli Umbri, gli Osco-Piceni, i Lucani ...e poi i Galli, gli Ispanici, i Germani...non han preso di buon grado l'egemonia di Roma e han sfoderato le armi...solo i Veneti son stati egemonizzati senza sangue in nome della comune origine troiana (Enea ed Antenore). Forse averti come confinante non sarebbe cosa facile per nessuno perchè si temerebbe qualche forma di espansionismo o secondarizzazione dovuta\insita nel meccanismo stesso della primazia.
Oppure ci saran altre strade che possono evitare questi effetti secondari, magari creando qualcosa di nuovo...leadership collettive come stai facendo all'interno del "terzo"? Ma per far ciò bisogna estendere il concetto di “terzo circolo” al territorio\area\zona\provincia e…mi chiedo…comunque sarà necessario recuperare dei buoni “nemici”\concorrenti da additare e da superare…tutti i grandi leader\capi son ricorsi al “nemico esterno” in particolare in caso di crisi. Un buon nemico catalizza le energie, attiva il guerriero che è in noi, però, sempre la “storia” degli uomini ci dice che per la coesione interna bisogna trasformare in demone qualcosa di esterno. Non è il tuo caso…ma il passo per molti è stato breve e appetibile.
Ma…il modello potrebbe essere un altro anche? Perché il catalizzatore non potrebbe essere il nostro ieri. Quello ieri in cui eravamo meno di oggi. Il nemico o meglio il catalizzatore che ci attiva diventa tutto ciò che eravamo e siamo e che dovevamo superare\migliorare e che dobbiamo superare\migliorare! Via quindi gli effetti collaterali dell’attivazione della concorrenza esterna, via l’ancora più pericoloso nemico esterno da demonizzare… e avanti con il nostro passato da superare…lo ieri come gradino per salire nell’oggi e innalzarsi nel domani.
Ciao Caro Aladino…prendi le mie considerazioni come l’ispirazione di un mattino che ha guardato per flash quanto hai pensato che…vale di più e molto delle sue parti interne così come le ho considerate io.
Ciao Ugo

Commento alla circolare

Leggendo questa circolare di Aladino, che forse potrebbe essere un articolo, e le riflessioni di Elisa, che quasi rappresentano “teorie che hanno preso vita ’, mi viene in mente il pensiero di una mia amica Ispettrice, e cioè che “la cultura è tornare sulle cose”.
Affermava Aristotele:

1. “gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori… Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia” Aristotele, Metafisica I,2,982b). Lo stupore può rappresentare una delle dimensioni, insieme al bisogno ed all’opportunità, che ci spinge a cercare gli altri e gli altri sono per noi importanti non per l’utilità pratica, ma perché, attraverso il confronto e la dialogità, ci permettono di vedere e sentire in altro modo rispetto a come noi vediamo e sentiamo… naturalmente il fine è di liberarci il più possibile della nostra limitatezza e tendere a quel sapere che solo lo scambio può rendere sempre più articolato ed elaborato. Così, se ciò che passa tra un uomo ed una donna, o una “coppia” che si ama, come afferma Vito Volpe, è il desiderio di assoluto, così ciò che unisce un “gruppo psicologico”, di amici o di col-leghi è un desiderio di virtù: entrambe queste propensioni, della coppia e del gruppo, si basano sul senso di equità (stima del valore dell’opinione-conoscenza-aspirazione… dell’altro, ri-conoscimento della diversità dell’altro…) e sulla consuetudine di vita (condivisione di esperienze, continuità dei rapporti, co-costruzione di percorsi). Allora la nostra comunità scolastica può essere una buona opportunità per cercare l’amicizia, la greca “philia”, ma anche nel senso secondo Enzo Spaltro dell’essere “buoni nemici”: negazione e rinforzo sono entrambi necessari alla costruzione dell’equilibrio (lo sanno bene i genitori e gli insegnanti), seppure “liquido” come dice Aladino, di un gruppo che non si adagia, ma vuol continuare a meravigliarsi per sognare il nuovo;

2. “il cittadino (polites) è colui che è in grado tanto di governare quanto di essere governato” (Aristotele, Politica); è così è schiavo chi non ha legami, mentre è libero chi ha molteplici legami e doveri nei confronti della società. Un ossimoro interessante, che rivela un concetto di libertà praticabile nella partecipazione alle decisioni di più soggetti e non fondata sul contenuto delle decisioni prese. Questa definizione non-operativa o non-strumentale della politica oggi ci rimanda alla tanto sospirata cittadinanza: la cittadinanza non è semplicemente un modo per essere liberi, è precisamente il modo in cui si è liberi. La nostra scuola può essere un luogo ideale nel reale per “diventare sempre più se stessi”, perché è per strutturazione un luogo di laicità, di dinamicità, di flessibilità e di creatività… perché se i suoi “abitanti” se ne sentono parte in quanto soggetti ineludibili della rete di rapporti che la costituiscono (èquipe, commissioni, referenze…), se la rappresentano perché condividono fini e funzioni (POF, progetti, curricolo, certificazioni di competenze…) e se sono disposti a scambiarsi i ruoli con opportuni turn over, allora può diventare davvero un “orto” di genuina produttività e/o un “giardino” di belle relazioni, o magari anche un “sito” di intense opportunità. Queste metafore le ho sentite da bravi formatori, ma oggi le condenserei anche nella definizione del poter essere una eccellente “comunità di pratica".

Secondo Hannah Arendt, filosofa politica, la causalità è una categoria assolutamente estranea e ingannevole nelle scienze sociali e storiche: non solo il significato effettivo di ogni evento trascende qualsiasi serie di cause passate che possiamo attribuirgli, ma questo stesso passato viene alla luce solo con l’evento stesso. Solo quando qualcosa di irrevocabile è avvenuto possiamo cercare di ricostruirne la storia: l’evento illumina il proprio passato, non può mai essere dedotto da esso. Utilizzo quest’ultima riflessione per dire che forse i comportamenti umani sono tra i fenomeni più imprevedibili, grazie anche alle capacità intellettive ed alle componenti emotive e relazionali dei soggetti di elaborare soluzioni diverse nei contesti, ma non per tale incertezza possiamo rischiare di inseguire i nostri progetti di vita senza cercare instancabilmente di realizzarli veramente… al limite, possiamo accettare di sbagliare, ma non di “non agire” o di non sperare di “cambiare cammino”... Che possa poi essere lo stesso cammino, o uno diverso, l’importante é accertarsi che tenda all’ascesa, al miglioramento di sé e degli altri, o di altro, facendosi aiutare nel percorso da buoni amici o cercando di essere noi stessi buoni amici per gli altri. Che la scuola, anche apolide o sradicata, ha sempre delle belle possibilità... le persone che la pensano e la vivono e che la rendono luogo di cittadinanza.

PS: Noi, da studenti, qualche anno fa, dicevamo che "la fiolosofia è quella cosa con la quale e senza la quale si resta tale e quale"... Il nostro centro di gravità permanente, come cantava Battiato, è una buona aspirazione che deve sempre guardarsi intorno."

Buona comunità a tutti, Costanza

Commento alla circolare

Caro Aladino,
ho letto con interesse la tua circolare. Man mano che andavo avanti mi sentivo bene, come essere a casa.
In questi tempi bui è difficile poter condividere certi pensieri, emozioni e idee. E' stata una gioia per me leggerti...
Come insegnante sarei orgogliosa di averti come dirigente. Non voglio solo farti elogi(che mi piacciono tanto ...da fare ad un amico poi....),tento di dirti alcune riflessioni.
La prima impressione è che ti mostri come un adulto-educatore che sa "vedere" ,"ascoltare" e "tenere presenti" le persone con le quali lavora.
Le chiami per nome, già questo fatto meriterebbe un piccolo trattato.
Poi ti esprimi con le poesie, e questo lascia una traccia di grande profondità spirituale. Come un artista usi la parola, come un elemento magico, sacro. Fai "pensare" le persone, e questo è bellissimo oltre che indispensabile alla nostra società attuale.
Poi inizi a dire le tue idee in rosso, perchè sono difficili, potrebbero essere difficili...
Ma non sono parole dure, perchè sono nutrite dall'esperienza, quella vera, quella tua, e di chi ti sta vicino (che hai visto, ascoltato, tenuto nella mente e nel cuore).
Sempre quando sei fermo e deciso nei pensieri : ..."reazioni scomposte e poco razionali......terribile se ci pensiamo...comincio a sgridarli...li fulmino con gli occhi...tipico di inciviltà e sub cultura pettegola...trasferendosi altrove (in rosso!)...devono cambiar mestiere:ritirarsi in un eremo(in rosso)..."
si sente una leggerezza, una tua particolare (unica) sensibilità, sempre.
Ritorni comunque ai bambini e alle bambine e al loro "diritto allo studio", come diceva il caro don Milani.
E piano piano informi gli adulti educatori di pedagogia, di sociologia e di filosofia...
Grazie amico mio, sei un vero autentico adulto educatore.
Spero di sentirti presto, e di raccontarti che anch'io cerco di essere un po' come te un'adulta educatrice per i bambini, per le colleghe e per i genitori.
Miryam

Commento alla circolare

Carissimi,
sono Mario Coviello, dirigente scolastico dell'istituto Comprensivo di Bella che si trova in provincia di Potenza, in Basilicata. Ho avuto la fortuna di conoscere il Vostro direttore Aladino Tognon e tutti i suoi validissimi collaboratori nel corso di incontri e seminari in Basilicata e Campania. Voglio ancora una volta ringraziarLo perchè è stato capace di interpretare anche con questa sua ultima circolare il mio animo in questi mesi difficili. Ho partecipato come molti di Voi, all'età di 58 anni, allo sciopero a Roma della fine del mese di ottobre. Mi sono alzato alle due e mezzo del mattino e sono tornato a casa dopo la mezzanotte dello stesso giorno. Ho ancora nell'animo la gioia di aver trovato a Roma, durante la giornata, nei volti, nelle canzoni, nelle grida, il mio stesso fortissimo NO a questo governo, a questi tentativi di mortificare la nostra professionalità. Non possiamo, nè dobbiamo rinnegare noi stessi, la nostra professionalità, il lungo e difficile cammino che abbiamo percorso insieme per dare ai nostri alunni una scuola di qualità. Grazie a tutti Voi, al lavoro che fate con il Vostro direttore ho fatto meglio il mio lavoro. Ho duplicato per tutti i miei docenti le due circolari di Aladino. Ho letto e diffuso il libro di Pennac in questi giorni nei quali dobbiamo applicare le confuse disposizioni sulla valutazione. Anche in questo caso tocca a Noi, a tutti Noi resistere, fare la nostra parte, non mortificare i piccoli, tutti, soprattutto "gli ultimi" e non stancarci di parlare con i nostalgici del grembiulino e del voto in condotta.
Giochiamo bene la carta delle iscrizioni e riflettiamo sulle riflessioni di Aladino per organizzare il futuro.
A presto
Mario Coviello

Commento alla circolare

Commento alla Circolare
E ritornando alla metafora della nave, si potrebbe dire che diffusa è la sensazione in questi giorni di sentirsi in mare aperto in balia di una tempesta che fatichiamo a capire ancora dove ci porterà e quali danni provocherà alla nostra imbarcazione.
C’è incertezza, confusione…E la rotta che avevamo intrapreso? E adesso dove andremo se la corrente è forte e il timone non risponde alle nostre manovre. E le mappe che si stava provando a disegnare..? E gli strumenti di bordo che nei vari gruppi si stavano con fatica ed intelligenza costruendo?
Nel collegio ultimo della settimana scorsa, così come nel consiglio di istituto di ieri era facile cogliere la tristezza, l’incertezza, la delusione sul volto, nelle parole e nei silenzi delle insegnanti. Così come lo sconcerto dei genitori nel loro “E mò come si fa?!”
La “Circolare” di Aladino interviene come un improvviso ed inatteso colpo di vento che fa gonfiare le vele e sentire che si può… (Yes, we can!). Che si può andare avanti, che si può continuare….Perchè indietro non si torna!
Forse perché, come nella vita, non si torna mai indietro a percorrere strade già percorse. Il bagaglio di idee, esperienze, emozioni vissute in questi anni ci fa essere diversi, altri da come eravamo insieme partiti. Da quando, con tanti limiti e contraddizioni, si è provato ad andare dall’uno al tre, dal programma al progetto, dalla quantità alla qualità, dal centro alle periferie, dalla unicità del comando alla pluralità dei luoghi delle decisioni.
E’ su questa strada che noi oggi ci troviamo, dopo averne percorso un pezzo e con fatica.
E se abbiamo dato troppo per scontato le conquiste come gli insuccessi raccolti, oggi possiamo regalarci l’opportunità di ripensarci, come dici tu, Aladino.
Ripensare agli spazi che nelle nostre scuole abbiamo attrezzato per i laboratori, ai progetti che hanno caratterizzato l’offerta formativa del Primo Circolo di Lucca, di alfabetizzazione primaria per gli alunni stranieri e di recupero del disagio.
Ripensare ai tempi e ai luoghi di confronto, anche accessi, ai tempi delle programmazioni settimanali, ai gruppi e ai dipartimenti di ricerca-azione.
Ripensare alla nostra scommessa di creare climi positivi anche a scuola perché cresca la voglia di contare (e non di essere contati come in questi giorni), perché sia favorita la partecipazione e l’assunzione di ruoli e responsabilità.
Ripensare agli spazi di decisione partecipata (interplessi, gruppo staff, gruppi FS..) con il lavoro ammirevole delle coordinatrici di plesso, delle Funzioni strumentali e delle mie collaboratrici. Ripensare a quanto avviato per far crescere quel sentimento di appartenenza al nostro Circolo su cui abbiamo scommesso, contro gli individualismi, i particolarismi, le chiusure.
Ripensare alla partecipazione dei genitori, con i Comitati sorti in ogni plesso, contribuendo alla costruzione di un’idea di scuola-comunità.
Ma non dimentichi del lavoro silenzioso quanto prezioso delle maestre – tutte - che con amore non mollano, né molleranno di un centimetro, sul terreno dell’educazione e dell’istruzione dei nostri bambini e delle nostre bambine. Perché non manchi nessuno all’appello. Non uno di meno. Perché ci siano Cittadini e non sudditi.
Ecco, noi siamo quello che abbiamo insieme iniziato a costruire in questo tempo, breve, ma intenso. E tutto questo non potrà essere cancellato, azzerato, perché i sacerdoti del malessere dovranno fare i conti con tutta la passione, le intelligenze, le professionalità degli uomini e delle donne della nostra scuola elementare e materna.
Pensare dunque insieme. Ritrovare l’erotismo del pensiero, caro Aladino. Quello che porta a costruire trame, tessere tele, gettare il pensiero in avanti. Così all’impotenza di questi giorni si sostituisca il potere di chi non ha potere. E’ il potere delle passioni, delle intelligenze, dei desideri, dei sentimenti. Il potere della dignità di essere insegnanti. Il potere di chi sa guardare negli occhi dei bambini e trovare la motivazione a rilanciarsi - e rilanciare la scuola - “oltre l’ostacolo”.
E’ così che le difficoltà che stiamo oggi vivendo potranno, nella condivisione di pensieri ed emozioni, diventare perle per la nostra crescita e per la nostra scuola.
Non siamo né saremo “contro”, ma continueremo a credere e ad agire perché, al di là delle resistenze, la scuola continui ad essere il luogo principale dove imparare ed insegnare a fare gruppo, a vivere e a far vivere sentimenti di appartenenza, sentimenti di solidarietà e di amicizia, coltivando il piacere di imparare e di insegnare.
Con gratitudine ed amicizia.
Giovanni Testa
Dirigente Scolastico Primo Circolo di Lucca

Commento alla circolare

Commento alla Circolare
Aladino caro
devo confessarti che ho letto ed....UTILIZZATO parte dei tuoi scritti! Spero mi potrai perdonare. In alcuni momenti leggendo le cose che scrivi mi sono commossa. Sei grande e ti ringrazio per questo.
Aladino, per favore trova il tempo per venire a scuola mia!!
Fammi una proposta formativa per i docenti, soprattutto quelli di scuola media. Sono riuscita a prevedere un po' di soldi per la formazione e mi piacerebbe TANTO TANTO che ci venissi tu qui.
Maria De Biase
Dirigente scolastico

Commento alla circolare

Caro Aladino,
ho letto con molto interesse la tua circolare, che ho trovato ricca di molti spunti, colta e ben contestualizzata nella storia e nell'identità del tuo istituto. Pure, per suscitare qualche spunto di discussione che spero di poter sviluppare con te in altra forma che non sia quella della posta elettronica, di per sé riservata alla comunicazione veloce, ti faccio un paio di osservazioni.
1) Se il Signore chiedesse a un qualsiasi insegnante: "dove sei?", e questi rispondesse "sono in una scuola", per evitare di suscitare equivoci (gioco qui anch'io, ovviamente, per motivi retorici sul problema dell'onniscienza divina) avrebbe bisogno di spiegare cosa significa oggi "scuola". Se il signore si fosse distratto a guardare da un altra parte negli ultimi decenni (in fondo per uno che è abituato ad arcate temporali eterne qualche decennio è solo una frazione di secondi) e non avesse seguito le trasformazioni profonde della scuola che noi abbiamo vissuto, avrebbe un'idea davvero distorta dell'ambiente e della condizione, come dire, ontologico-sociale-culturale, della persona con la quale dialoga, che pure ha avuto la fortuna di essere scosso da una domanda di senso così forte, che il suo dio ha voluto far risuonare nelle sue orecchie: "dove sei?".
Voglio dire che qualsiasi discorso sull'organizzazione non può che partire dallo scenario culturale e sociale in cui la scuola è oggi inserita; dai cambiamenti radicali che hanno investito la scuola negli ultimi anni e questo perché i cambiamenti hanno comportato l'assegnazione di nuovi compiti alla scuola, di nuove finalità. Qualsiasi discorso sull'organizzazione della scuola oggi non può che partire da questi nuovi compiti e avere l'obiettivo di realizzarli al meglio.
2) Credo che la scuola sia un ambiente particolare, non paragonabile a una qualsiasi struttura organizzativa. Non voglio dire che sia unica, ma che la sua natura culturale, le sue finalità educative l'assimilano ad altri enti che con essa condividono questi aspetti. Credo che l'approccio più corretto sull'organizzazione della scuola sia quello che si rifà agli studi di comunità di pratica. Nell'ambito di questa comunità è più sensato pensare alla formazione dei docenti, alla circolazione delle conoscenze (tra i docenti, tra i genitori, tra gli studenti). Dirò di più che in questi anni ho apprezzato molto gli studi che enfatizzavano questa comunità come "una comunità che apprende" nel suo insieme e che struttura la sua identità in questo processo di apprendimento. Un discorso veramente significativo sulla scuola deve nascere, si deve sviluppare e deve avere come finalità l'apprendimento dell'alunno. L'organizzazione nella scuola deve essere soprattutto, quasi esclusivamente, organizzazione dei processi di apprendimento degli alunni. Negli ultimi anni sono emerse con decisione le esigenze di personalizzazione degli apprendimento, il superamento della standardizzazione delo sviluppo cognitivo degli alunni, l'impostazione interdisciplinare dell'apprendimento; ebbene un discorso sull'organizzazione della scuola non può prescindere da queste esigenze.
Sono profondamente convinto che l'apprendimento degli alunni si realizzi con modalità e con risultati del tutto imprevedibili, per questo mi piacerebbe pensare a una scuola che sia capace di organizzarsi non per trasmettere cultura in modo rigido e standardizzato, ma che crei in modo flessibile "occasioni di apprendimento" all'interno delle quali avvenga quel miracolo sempre sorprendente e imprevedibile dell'apprendimento, della scoperta di nuove realtà da parte degli alunni. Organizzazioni flessibili che creino occasioni di apprendimento, ecco forse questo potrebbe essere lo slogan.
3) Tu parli in modo diffuso di leadership. Io distinguerei tra leadership e funzioni che in qualeche modo potrebbero somigliarle: attività di comando (per esempio nell'esercito); attività di coordinamento all'interno di varie strutture organizzative. La leadershp è qualcosa di naturale, nel senso che uno la conquista aldilà dei ruoli che è chiamato a svolgere ufficialmente. Un insegnante di italiano è un leader perché ha studiato la disciplina, ha accumulato conoscenze, ha sviluppato idee originali sull'insegnamento della disciplina e ora è capace di avere autorevolezza e guidare i suoi colleghi. I colleghi si rivolgono a lui per chiedere consigli, suggerimenti, per porre problemi a avere aiuti a risolverli a prescindere dal ruolo ufficiale che egli occupa; la sua leadership se l'è conquistata sul campo. Quando dico che la leadership è qualcosa di naturale intendo proprio questo. D'altra parte sono pienamente consapevole che ci sono dei comandanti che sono anche dei leader, dei presidei che sono anche dei leader (tu ne sei un chiaro esempio), ma non necessariamente questo deve essere vero e non sempre è vero. Pensa al problema delle funzioni strumentali. Si voleva ufficializzare il ruolo di queste leadership "naturali" e cosa è successo? Nella gran parte dei casi l'operazione non è riuscita perché da una parte c'è stata la burocratizzazione di funzioni e l'assegnazione di ruoli che nulla avevano a che fare con la funzione e con le persone che esercitavano il ruolo di leader nella scuola.
Avrei da dirti altre cose, anche per argomentare meglio quello che ho già detto, ma mi rendo conto di aver esagerato. Te ne do in parte la colpa perché la tua circolare è molto interessante e capace, come vedi, di suscitare discussioni di ampia portata. Sono temi però che dovremo riprendere per sviluppare riflessioni comuni. Sarebbe interessante duettare con te su questi temi in qualche occasione.
Un caro saluto.
Luigi

Commento alla circolare

“ Un cammello ed una vipera si incontrano sulla sponda di un fiume. Entrambi devono attraversarlo. La vipera chiede al cammello di aiutarla ad attraversare il fiume.
- Fossi matto – esclama il cammello – tu mi uccideresti con il tuo veleno –
- Ma – sostiene la vipera – Se lo facessi morirei anch’io, non avrei interessi –
- Il cammello capisce la logica della cosa e decide di prendere in groppa la vipera. A metà percorso la vipera morde il cammello.
- - Perché l’hai fatto? – chiede agonizzante il cammello
- - Perché siamo nel Medio Oriente – risponde la vipera
Mi sembra adatta e calzante anche per la scuola.
Chi è il cammello? Chi la vipera?
Cammello è sicuramente il docente che negli anni si è fidato, ha immagazzino leggi, ordinamenti, decreti.
Vipera è al tempo stesso normativa e l’alter ego del docente, quella parte che non accetta. Credo che tutti siamo al tempo stesso vipere e cammelli.
Ma la scuola procede. Anche in fondo al fiume.
Così i due animali, precipitati nel fondo delle acque, rinascono e si organizzano.
Senza parole, come nelle vignette (nell’acqua non si parla!), camminano l’uno affianco all’altro. E il tempo, si sa, è clemente.
Si scrutano, si evitano, si misurano nelle abilità, si detestano, si avvicinano. Poi, come d’incanto, l’equilibrio……….
Mi piace pensare la mia scuola come una grande comunità di cammelli, accoglienti e pelosi (poche vipere, speriamo), che tutti i giorni cercano di coordinare grandi idee, poche risorse ed infinite burocrazie.
Mi piace pensare che il docente non sia unico, inteso come m monade, ma unico in quanto “esclusivo, eccezionale per chi lo incontra, unico nello spazio scuola (anche se qualche compresenza serviva, serviva eccome!)
Illusioni? Forse si, dato che mentre scrivo un grosso corvo nero, che sovrasta il fiume, mi ricorda che forse sarò proprio io una delle perdenti posto.
Già………….
Per allontanare lo questo cattivo pensiero cerco di pensarmi parte integrante dell’organizzazione-scuola e non docente di Circolo o di Plesso, ma non nego che mi è piuttosto difficile.
Perché sono stata didatticamente abituata a far parte della scuola come mura – classe – alunni e poi ancora team – gruppo di lavoro – gruppo di progetto.
Noi docenti abbiamo faticato per anni a far “gruppo”, a costituirci parte civile in progetti che provenivano dall’alto .
Negli anni abbiamo anche imparato a dire “no” , convinte che lo stare insieme potesse preservare il PROGETTO DELLA SCUOLA dalle inferenze esterne.
Negli anni ci siamo “rispolverate” accettando di riscrivere curricoli ad ogni cambio di vento politico, pur sapendo come sarebbe andata a finire…………….
Ma sapevamo in cuor nostro che l’obiettivo era sempre lo stesso: le competenze, come iceberg, spuntavano sempre dal mare delle meta cognizioni degli alunni e nessuna prospettiva, politicamente giustificata, arrecava novità a questo processo.
Oggi l’ennesima riforma propone nuovi cambiamenti: aspettiamo il profilo pedagogico di quanto dichiarato, per ora ci accontentiamo di quello finanziario: SIAMO TROPPI.
Ma, vorrei ricordare, che nel tempo ci siamo ben organizzate, inserendo nella didattica curricolare le nostre convinzioni educative.
L’auspicio è che la collegialità possa sopravviver alla confusione che si abbatte sul pianeta scuola.
Ricordando che la forza di una squadra è nella libertà di agire insieme, anche in tempi, come questi, in cui si potrebbe ipotizzare l’individualismo.
Ricordate G. Gaber?
“La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche avere un’opinione
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione”
Liberi di stare insieme, come da veri cammelli. O vittime delle nostre vipere.
Liberi di stare a guardare, senza intervenire neanche quando ci batte il cuore.
Roberta Boccardi, sc. Primaria I° circolo, Francavilla al Mare (Chieti)

Commento alla circolare

Scriveva il filosofo tedesco Walter Benjamin: “Ogni epoca non solo sogna la successiva ma, sognando, urge il risveglio”.
Ebbene, ogni giorno i miei alunni mi aiutano a non addormentarmi mentre la pentola delle emozioni emana un intenso profumino vitale che mette allegria; ogni giorno mi aiutano a non bruciacchiare ciò che ho la fortuna di avere; ogni giorno mi aiutano ad assaporare ciò che di buono il mio lavoro mi offre su un invitante piatto fondo e ricolmo. Mi siano perdonati questi riferimenti culinari! E’ da un po’ di tempo che essi mi frullano per la testa grazie alle sperimentazioni linguistiche di una mia piccola alunna:
- MANESTRA!
- No, Elena … si dice maestra.
- MANESTRA, faccio un disegno!
- Sì, Elena, fai un disegno … per la maestra.
- Prendo i colori … MANESTRA!
- Sì, Elena, prendi i colori ma … si dice maestra, non manestra.
- Sì … MANESTRA!
Elena, tre anni, mi fa sorridere e riflettere: la parola MANESTRA mi fa venire in mente una MAESTRA UN PO’ MINESTRA.
In effetti, la maestra è come una minestra, come un saporito e rassicurante brodo domenicale che sembra facile da fare e, invece, richiede specifiche attenzioni nella scelta degli ingredienti e nel rispetto di tempi e modi. Ci sono tante minestre ( brodo di carne, minestrone di verdure, pappa col pomodoro, ribollita, zuppa di pesce, risi e bisi, ecc. ecc.) e tutte sono buone … se riescono ad alimentarci in modo sano.
Penso, altresì, che la forma con cui il piatto di minestra viene servito permetta ai commensali di sentirsi al centro dell’impegno dello chef - o della casalinga esperta o di quella principiante - e quindi di mangiare con più appetito.
Fuor di metafora, anche noi insegnanti siamo chiamati ad alimentare i nostri alunni e i loro genitori, i colleghi, i collaboratori, noi stessi e gli altri, dosando i molteplici ingredienti (di Qualità!) che il dirigente Aladino Tognon ha elencato nella sua gustosa circolare.
Tra tutti, l’ingrediente che - in questo momento storico/sociale - mi ha evitato una crisi ipoglicemica (nell’umore) è quello chiamato Speranza.
“Serve fermarsi e dar senso, quindi ripartire covando SPERANZA nel domani, sempre e comunque” dice il dirigente Aladino Tognon.
“Cogli l’eternità nell’istante” diceva il filosofo tedesco Ernst Bloch.
Per “eternità” Bloch intende quei momenti d’essere in cui ci sembra di scoprire il senso delle cose. La Speranza non è un premio di consolazione, bensì è uno sforzo per vedere il mondo in movimento; la Speranza ha un carattere conoscitivo, è concreta e riguarda il presente: sforziamoci di vivere ogni momento come se fosse “eterno”. Insomma, ogni istante è potenzialmente significativo.
Quante domande, quanto entusiasmo, quanta criticità, quante perplessità nel leggere siffatte esortazioni di Ernst Bloch. Non è semplice mettere in pratica le parole; a volte si teme il rischio dell’illusione; a volte si ha paura (“Non c’è Speranza senza paura, né paura senza Speranza”, ci rincuorava Papa Giovanni Paolo II).
Ha proprio ragione Elena, la mia piccola alunna, nel chiamarmi MANESTRA. Senza saperlo è una latinista originale. Dividiamo la parola in due parti: MANES – TRA. “Manes” in latino significa “tu rimani”, “tu perseveri”, “tu attendi”, “tu aspetti”.
Mi chiedo: rimanere tra (in mezzo a) che cosa? Perseverare in che cosa? Attendere, aspettare che cosa?
Poi mi ripeto una mia risposta: perseverare nel nostro lavoro tra innumerevoli e necessari interrogativi, perché nel dubbio riflettiamo e la riflessione ci induce a valorizzare le nostre risorse, ma anche ad ammettere i nostri limiti (“[…] e a noi resta negata l’idiozia della perfezione” conclude con lucido coraggio la mia adorata poetessa polacca Wislawa Szymborska, premio nobel per la letteratura nel 1996).
Ringrazio il Dirigente Aladino Tognon per la circolare e tutte le persone che hanno espresso i loro commenti, perché questa condivisione di emozioni e concetti ci ricorda di afferrare una manciata di Speranza e, nel contempo, non si configura quale soluzione illusoria/sdolcinata dei problemi; parafrasando ancora una volta il pensiero di Ernst Bloch: senza la Speranza la ragione non potrebbe volare e senza la ragione la Speranza sarebbe cieca.
Una “MANESTRA” fuori Circolo