DAL BANCO ALLA CATTEDRA   a cura di Paola Zani

 

Invito alla lettura del  libro "DIARIO DI SCUOLA" di Daniel Pennac ed. Feltrinelli

 

PREMESSA

Questo libro affronta il grande tema della scuola dal punto di vista degli alunni, anzi dal punto di vista dei "somari". Daniel Pennac, ex somaro, ricorda la sua vita scolastica, il "mal di scuola" che lo ha accompagnato nell'infanzia, attraverso episodi buffi e toccanti. Ma "Diario di scuola"è anche un libro che racconta l' esperienza di D. Pennac come insegnante, come dire dal banco alla cattedra e ritorno. Egli stesso è stato "salvato" grazie alla fiducia e all'affetto di alcuni maestri al punto da decidere di scegliere la professione di insegnante: così  l'autore nel suo libro cerca di spiegare le potenzialità del  rapporto tra educatore e alunni nel mondo della scuola, mettendo al centro della relazione pedagogica, come elemento fondamentale,  la nozione di amore.   

 

Ecco alcune frasi del libro che mi hanno colpito in modo particolare:

 

TRONCHI GALLEGGIANTI

"Le parole dell'insegnante sono solo tronchi galleggianti cui lo studente che va male si aggrappa in un fiume dove la corrente lo trascina verso le cascate. Ripete quello che ha detto il prof. non perchè questo abbia senso, non perchè la regola s'incarni, ma solo per trarsi momentaneamente d'impaccio, solo perchè "mi lascino in pace". O mi vogliano bene. A qualunque prezzo". (p. 18)

 

COSTANTE

"Sì, la paura fu proprio la costante di tutta la mia carriera scolastica: il suo chiavistello. E quando divenni insegnante la mia priorità fu alleviare la paura dei miei allievi peggiori per far saltare quel chiavistello, affinchè il sapere avesse una possibilità di passare" (p. 23)

 

INSEGNANTI

"Gli insegnanti che mi hanno salvato - e che hanno fatto di me un insegnante - non erano formati per questo. Non si sono preoccupati dell'origine della mia infermità scolastica. Non hanno perso tempo a cercarne le cause e tanto meno a farmi la predica. Erano adulti di fronte ad adolescenti in pericolo. Hanno capito che occorreva agire tempestivamente. Si sono buttati di nuovo, giorno dopo giorno, ancora e ancora....Alla fine mi hanno tirato fuori. E molti altri con me. Ci hanno letteralmente ripescati. Dobbiamo loro la vita". (p. 33)

 

DIVIETO DI AVVENIRE

"A forza di sentirmelo ripetere, mi ero fatto un'immagine piuttosto precisa di questa vita senza futuro. Non che il tempo avrebbe smesso di passare, non che il futuro non esistesse, no, ma io sarei stato identico a quello che ero oggi. Non lo stesso, certo, come se il tempo non fosse fuggito via, ma come se gli anni si fossero accumulati senza che in me nulla fosse cambiato, come se il mio istante futuro minacciasse di essere rigorosamente identico al mio presente. E di che cosa era fatto il mio presente? Di una sensazione di inadeguatezza esasperata dalla somma dei miei istanti passati. Ero negato a scuola e non ero mai stato altro che questo. Il tempo sarebbe passato, certo,e poi la crescita, certo, e i casi della vita, certo, ma io avrei attraversato l'esistenza senza giungere ad alcun risultato. Era ben più di una certezza, ero io". (p. 48)

 

CIPOLLA

"I nostri studenti che vanno male (studenti ritenuti senza avvenire) non vengono mai soli a scuola. In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia, desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulati su  un substrato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso. Guardateli, ecco che arrivano, il corpo in divenire e la famiglia nello zaino. La lezione può cominciare solo dopo che  hanno posato il fardello e pelato la cipolla. Difficile spiegarlo, ma spesso basta uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto, fiduciosa, chiara ed equilibrata per dissolvere quei magoni, alleviare quegli animi, collocarli in un presente rigorosamente indicativo.

Naturalmente il beneficio sarà provvisorio, la cipolla si ricomporrà all'uscita e forse domani bisognerà ricominciare daccapo. Ma insegnare è proprio questo: ricominciare fino a scomparire come professori". (p.55)

 

 

TEMPO

"Adulti e bambini non hanno la stessa percezione del tempo. Dieci anni non sono niente per l'adulto che calcola in decenni la durata della propria esistenza.(...) Si dà il caso che ognuno di quegli anni per un bambino vale un millennio: per lui il futuro sta tutto sta tutto nei pochi giorni a venire. Parlargli dell'avvenire significa chiedergli di misurare l'infinito con un decimetro". (p.74)

 

ORARIO SCOLASTICO

"Che rompicapo l'orario scolastico! Suddivisione delle classi, delle materie, delle ore, in funzione del numero delle aule, della creazione dei gruppi di interclasse, del numero delle materie opzionali, della disponibilità dei laboratori, dei desiderata incompatibili del professore di questo e della professoressa di quello... D'altronde è vero che oggi la testa del preside è salvata dal computer, cui lui affida i suoi parametri: "Mi dispiace per il suo mercoledì pomeriggio, professoressa Taldeitali, è il computer...". (p. 101)

 

PRESENZA

"Se voglio sperare nella piena presenza degli alunni alla mia lezione, devo aiutarli a calarsi nella mia lezione. Come riuscirci? E' qualcosa che si impara, soprattutto sul campo, col tempo. Una sola certezza, la presenza dei miei allievi dipende strettamente dalla mia: dal mio essere presente all'intera classe e a ogni individuo in particolare, dalla mia presenza alla mia materia, dalla mia presenza fisica, intellettuale e mentale, per i cinquantacinque minuti in cui durerà la mia lezione". (p. 103)

 

ORCHESTRA

"Ogni studente suona il suo strumento, non c'è niente da fare.La cosa difficile è conoscere bene i nostri  musicisti e trovare l'armonia, Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un'orchestra che prova la stessa sinfonia.(...) Il problema è che vogliono farci credere che nel mondo contino solo i primi violini". (p. 107)

 

SAPERE

"Il sapere è anzitutto carnale. Le nostre orecchie e i nostri occhi lo captano, la nostra bocca lo trasmette. Certo ci viene dai libri, ma i libri escono da noi. Fa rumore, un pensiero, e il piacere di leggere è un retaggio dl bisogno di dire". (p. 125)

 

GIOCO

"Bisogna saper giocare con il sapere. Il gioco è il respiro della fatica, l'altro battito del cuore, non nuoce alla serietà dello studio, ne è il contrappunto. E poi giocare con la materia è un modo come un altro per abituarci a padroneggiarla".(p. 131)

 

NOIA

"Qualche volta ho consigliato (ai miei studenti) esercizi di noia. Li pregavo di non fare niente:non distrarsi, non consumare niente, nemmeno conversazione, nè tantomeno studiare, insomma non fare niente, niente di niente. (...) "Venti minuti, orologio alla mano e dopo buttatevi sui compiti come degli affamati". (p. 135-136)

 

PROFESSORI

"Il professor Bal, così calmo e sorridente, un buddha matematico, la professoressa Gi, invece una 'uraganessa', un tornado che ci strappava alla nostra pigrizia per trascinarci con lei nel torrente tumultuoso della storia, mentre il professor S., filosofo scettico, immobile e perspicace, mi lasciava la sera ronzante di domande cui non vedevo l'ora di rispondere. (...) A ripensarci, quei tre professori avevano solo un punto in comune:non mollavano mai ...e avevano uno stile, erano artisti nella trasmissione della loro materia. Le loro lezioni erano atti di comunicazione,certo, ma di un sapere totalmente padroneggiato che passava quasi per creazione spontanea. La loro disinvoltura faceva di ogni ora un avvenimento che potevamo ricordare in quanto tale. (...) Non era soltanto il sapere che quei professori condividevano con noi, era il desiderio stesso del sapere!". (p. 211-213)